“A occhi aperti”: le foto che hanno fatto la storia raccontate da chi le ha scattate

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“A occhi aperti”: le foto che hanno fatto la storia raccontate da chi le ha scattate

“A occhi aperti” (editore Contrasto, 207 pagine, 19,90 euro) è l’ultimo libro di Mario Calabresi, direttore del quotidiano “La Stampa”, scrittore di successo e grande appassionato di fotografia.


Per stessa ammissione dell’autore non si tratta di un libro fotografico nel senso stretto del termine, ma di un testo che parla di fotografie e di fotografi, con l’intento di mettere in risalto l’incredibile potere dell’immagine nel racconto giornalistico.


Calabresi ha incontrato ed intervistato dieci grandi fotografi (McCurry, Koudelka, McCullin, Erwitt, Fusco, Webb, Basilico, Abbas, Pellegrin, Salgado), autori di scatti che hanno fatto la storia del giornalismo, perché hanno raccontato meglio di qualsiasi articolo o filmato un momento, un evento, un periodo storico del Novecento o perché hanno svegliato e smosso l’opinione pubblica mondiale su argomenti scottanti ma misconosciuti. Lo scopo dell’autore è quello di farsi raccontare dai fotografi il momento in cui hanno scattato, quello che c’era un attimo prima ed uno dopo il clic e chiedergli se fossero stati immediatamente consapevoli del valore che avrebbero avuto le loro immagini.


Si dipana così, attraverso queste dieci interviste, un lungo viaggio avanti ed indietro tra i più importanti avvenimenti e le più spinose questioni sociali degli ultimi 50 anni: dalla repressione sovietica della primavera di Praga (Koudelka) alla segregazione razziale nel sud degli USA degli anni 50 (Erwitt), dal tragitto del “funeral train” (Fusco) all’immigrazione clandestina dal Messico agli Stati Uniti (Webb), dalla rivoluzione iraniana del 1978-79 (Abbas) agli intensi reportage di guerra di McCullin e Pellegrin, dai “paesaggi urbani” di Basilico agli ultimi paradisi incontaminati di Salgado, fino ai bellissimi scatti realizzati nel sud-est asiatico da McCurry.


Ogni intervista parte dalla foto che di quell’autore ha colpito di più Calabresi e spazia poi a tutta la produzione fotografica dell’intervistato. Calabresi riesce benissimo a mettere in evidenza la personalità ed il carattere di ognuno dei fotografi incontrati, a  “carpire” l’essenza della loro fotografia e le motivazioni del loro essere fotografi attraverso le loro stesse parole. Si tratta di personaggi molto diversi per età, nazionalità, estrazione sociale, ma in tutti i loro racconti emergono chiaramente dei punti in comune: innanzitutto il profondo rispetto che ogni fotografo ha per le persone che ritrae: nessuno di loro ha scattato per rubare la dignità, ma semmai per restituirla, e spesso questo rispetto ha portato alla rinuncia allo scatto;  l’importanza dell’immedesimarsi il più possibile in una situazione, di conoscere un posto, di vivere insieme ad una popolazione per fotografarli al meglio, anche a costo di rischiare la vita : come dice McCurry  “per riuscirci bisogna starci dentro fino al collo”; infine quanto, per ognuno di loro, la storia personale e gli eventi della vita privata abbiamo plasmato ed influenzato ciò che volevano fotografare ed il modo in cui lo hanno fotografato.


Così come molto diversi sono tra loro i fotografi intervistati, altrettanto diverse sono le loro fotografie. Dalla perfezione e pulizia di Erwitt, l’impeccabile  gestione della luce e del colore di McCurry, le maestose composizioni ed i perfetti contrasti di Salgado, gli spazi perfettamente bilanciati di Basilico, passiamo agli scatti mossi, sgranati, rumorosi di Fusco o alle foto scattate al volo sui campi di guerra, alcune magari sfocate o sovraesposte o non perfettamente composte. Ma lo sappiamo: perché una foto passi alla Storia non è fondamentale che sia tecnicamente perfetta, ma che ci “parli” e ci faccia emozionare.


Conoscendo già i lavori di McCurry, Salgado, Erwitt, Basilico, le pagine che mi hanno più colpito sono quelle in cui Calabresi incontra tre autori che non conoscevo: Don McCullin, Paul Fusco e Abbas.

 

McCullin, cresciuto in un quartiere malfamato di Londra e segnato da un’infanzia da teppista, ha raccontato come pochi altri la guerra. Che si trattasse di Cipro, Beirut, Belfast, del Biafra o del Vietnam (dove è stato ben 13 volte) le sue foto sono di una intensità unica e ci fanno capire il significato di parole come morte, disperazione, dolore, fame. Guardando le facce delle persone ritratte si comprendono immediatamente le loro emozioni: è come se l’autore fosse riuscito ad immortalare il momento preciso in cui quelle emozioni si manifestavano. Il volto del soldato americano in Vietnam, quello della donna nordirlandese di fronte ad una carica della polizia, quelli dei ragazzi che suonano davanti ad un cadavere a Beirut raccontano più di mille parole.

 

 

Paul Fusco ha dovuto aspettare più di 30 anni perché il suo lavoro sul “funeral train” (il treno che trasportò il feretro di Bob Kennedy da New York ad Arlington) avesse il meritato successo. Fusco quel giorno fece una cosa semplice ma al tempo stesso geniale: salì sul quel treno, si affacciò e fotografò tutto quello che vide nei 328 chilometri percorsi. Centinaia di migliaia di persone, di qualsiasi età, razza, estrazione sociale si assieparono lungo i binari per dare l’ultimo saluto a Bob. Le foto di Fusco, spesso mosse o sfocate, ritraggono il dolore di un Paese intero, ma soprattutto delle classi sociali più povere e discriminate. Negli sguardi di chi fa il saluto militare, di chi si mette la mano sul cuore, di chi piange o mostra delle scritte ci sono il dolore e la disillusione per la fine del sogno di una “nuova era” che l’ascesa al potere dei Kennedy aveva alimentato.

 

 

Abbas, fotografo iraniano, nel suo “Irandiario” ha documentato meglio di chiunque altro gli eventi che alla fine degli anni settanta portarono nel suo paese alla sollevazione dello Scià e all’instaurarsi di una “democrazia” fondata sul fondamentalismo islamico: le proteste di piazza, l’assalto dell’ambasciata americana, l’arrivo di Khomeini. Essere nato e cresciuto in Iran lo ha aiutato a capire prima degli altri giornalisti dove avrebbe portato quella rivolta, e questa intuizione emerge chiaramente in alcuni suoi scatti: la donna mesa in disparte e separata dagli uomini durante una manifestazione, l’altra donna maltrattata dai manifestati anti Scià, lo sguardo di Khomeini che scende dall’aereo che lo riporta in patria sono presagi del futuro che attende l’Iran.

 

 

In conclusione, si tratta di un libro che ho trovato molto interessante e che mi sento di consigliare vivamente: poter ascoltare i grandi fotografi che parlano dei loro scatti è un privilegio che ci dà una chiave di interpretazione nuova e più profonda per “leggere” le loro splendide fotografie.

 

 

 

EDIT: Le foto del libro saranno anche esposte in mostra alla reggia di Venaria reale dal 26 luglio 2014 al 8 febbraio 2015. Per chi ha apprezzato il libro è un’occasione da non perdere!

 

 

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This article was written by admin

1 comment:

avatar курсы актерское мастерство в москве Сергея Базарова3 settembre 2014 at 10:42 pmReply

Thanks.what a lengthy and in depth article but full of useful information